“Immota Manet”

2009/2010

Leo Club Sulmona

 

Mi ha dato appuntamento in orario da aperitivo e appena seduti al tavolo ha iniziato ad ordinare Campari con ghiaccio. Mille volte ha ribadito di non essere un vero Presidente Distrettuale e un leader diverso dal solito, ma nei suoi occhi – a distanza di diversi anni – c’era l’entusiasmo di chi è ancora un grande Leo.

 

Iniziamo subito… di questa intervista dovrai lasciare tutto ciò che di positivo dirò, ma modificare sotto mia precisa indicazione tutte le cose negative. Siamo d’accordo?

 

Non garantisco di omettere le parti interessanti! Per ora iniziamo con la domanda canonica: chi sei? Cosa fai?

Io sto proseguendo il percorso che ho iniziato quando facevo il Presidente Distrettuale: lavoro nell’impresa di famiglia a Sulmona.

 

Tu da PD eri studente o lavoratore? Da universitario (ma comunque socio Leo) studiavi in una città vicina a Sulmona?

Per me l’anno del terremoto corrispose al passaggio dall’università al lavoro, un periodo di transizione. Studiavo a L’Aquila, quindi ero decisamente vicino alla mia città. Mica come te che da Bologna devi arrivare in Abruzzo, in bocca al lupo per fare il PD anche in Molise!

 

Non dirmi che tu invece eri uno che viaggiava poco!

Assolutamente no! Se la ricordo come una bellissima esperienza, per cui ho tanta nostalgia, è anche per certi episodi e tanti chilometri.

Una volta sono partito per una MultiDistrettuale a Pisa nel cuore della notte. All’epoca facevo teatro e quella sera, dopo aver fatto 2 spettacoli, tornai a casa verso mezzanotte dopo uno spettacolo e appena finimmo di mangiare con la compagnia, partii all’una di notte per raggiungere la Toscana. Fra l’altro c’era un gemellaggio fra i nostri Distretti, a sostegno dopo il terremoto: volevano fare una raccolta fondi per l’Aquila e decisero di gemellarsi. Io in quell’occasione non portai tanti soci, ma sicuramente la mia esperienza, perché quando vivi certe esperienze è importante anche farsene adeguato testimone.

 

In quell’occasione o in altre, hai mai notato una certa affinità con dei Distretti in particolare? Con chi pensi possa essere complementare la mentalità di noi abruzzesi?

Molto legammo con Fedrico Berti del Lazio e Violante Gardini della Toscana. Ma sai, fra PD ormai ci sentiamo poco (ohi, ce n’erano certi davvero antipatici!), sono stati altri soci quelli con cui ho trovato affinità e mantenuto i legami.

 

Tu sei fra i fondatori del Club di Sulmona e Federico Mambelli mi ha raccontato bene dei vostri inizi, menzionando il vostro service più famoso: la Cena al Buio. Ebbene, a distanza di diversi anni, ti dico che questo è diventato un service chiave per tanti Club, legato ad un tema nazionale che si chiamava Progetto Kairos sulla sensibilizzazione alla disabilità e che a me ha regalato tanto… Tutta questa introduzione per chiederti un po’ come fosse il Club di Sulmona all’inizio, come siete venuti fuori con un’idea così?

La prima volta che sentii parlare di Leo, fu il padre di un mio amico, Presidente del Lions Club di Sulmona che ci promise una pizza al mese gratis. Siamo nati così, senza sapere nulla. Una sera, all’improvviso non ci trovammo più per una pizza ma per una cena elegante e così all’improvviso nacque il Club. In ogni caso eravamo un gruppo un po’ strano – io coi capelli lunghi fin qui – e lo stile da compagni di classe. La serata comunque finì col mio marchio di fabbrica: Leo e Lions che bevevano Centerba… Presto divenne un leitmotif per me!

Sai, la cosa bella dei Leo per me è sempre stata la possibilità di aiutare gli altri divertendosi; anche durante la mia vita da socio, la prendevo sul ridere: portavo con me la bottiglia di Centerba e cercavo la convivialità (scrivi che non cercavo mai di ubriacarmi! perché bisogna anche saper bere, senza oltrepassare il limite e rovinarsi la serata). Continuai con la Centerba finché, durante una Multi a Padova, non mi fecero bere uno spritz ed io non sapevo cosa fosse; assaggiato, realizzo subito di non sopportarlo e mi informo sul contenuto: campari, prosecco, seltz. Cos’era il seltz? Acqua frizzante. Me lo stavano annacquando! Così basta seltz e prosecco, presi solo Campari. E fu l’inizio di un grande amore.

 

(Guarda il cameriere e ordina altri 2 Campari e uno spritz per me!)

 

Allora fu Mambo ad aprire il vostro Club?

Dopo quell’apertura, ci perdemmo un di vista e quasi dimenticai di essere Leo. Il primo anno incontrai in università un caro amico che non vedevo da un po’ e tornò fuori il discorso del Leo Club… ci rimettemmo insieme in 4 o 5 ragazzi per provarci seriamente. Organizzammo davvero tanti eventi, così tanti che forse neanche ricordo più; eravamo un gruppo di amici, tanti universitari, tante persone del circondario, e come amici non pensavamo neanche più di tanto all’elezione del Presidente o questo tipo di cose…

 

E la Cena al Buio?

L’idea per il service della Cena al Buio nacque dopo averne provata una; così a Sulmona ci mettemmo sotto per organizzare un grandissimo evento, che verso la fine arrivò ad ospitare 200 persone! Un appuntamento fisso annuale bellissimo, che riuscimmo ad organizzare, ospitare e pubblicizzare nel modo giusto: sono certo che sia stato uno dei format di service più completi. Finimmo per esportarlo!

Oltre a questo, organizzammo spettacoli teatrali, tornei di burraco, facevamo tutto!

 

Sai cosa ci ha detto Mauro Imbrenda (tuo collega di quegli anni)? Secondo lui esiste un paradigma per cui nelle piccole città i Club riescono a lavorare meglio che nelle grandi città.

Penso sia tutta una questione di impatto. Quando facemmo il gemellaggio ad Arezzo, andammo in una discoteca e si misero d’accordo col gestore: una parte della quota d’ingresso veniva donata in beneficenza. Abitualmente si associa la beneficenza alla noia, ma in quell’occasione davvero le persone (che mi occupai io di fermare ed intervistare) si resero conto di come fosse possibile associare il divertimento alla beneficenza. Una serata in discoteca può trasformarsi in una grande esperienza di service… come posso dirti? Fare beneficenza senza accorgersene!

 

Tu hai fatto per caso, per necessità o per vocazione il PD? L’avevi pianificato?

Nooo! Io non me la sentivo, non era nella mia logica, non era nei miei programmi, c’era l’università e c’era la mia famiglia: per me era un ruolo grande e di responsabilità. C’era Mambo, c’era Chiara, erano altre le persone che vedevo adatte. Invece finii per diventare VPD e spesso mi dicevo: ‘Ma chi me lo ha fatto fare?!’ Nell’anno da PD lavorai davvero tanto per riuscire a tornare sulla cresta dell’onda come Distretto. Organizzammo anche una Multi e per poterlo fare bene, bisognava viaggiare, avere rapporti, ecc. Addirittura ci trovammo costretti ad organizzarne 2, perché ad un certo punto spostarono la data e dovemmo ripensare tutto da capo. Fu un’esperienza davvero enorme per me.

 

E di organizzarne una ora cosa pensi?

Dopo averne fatte 2, penso si trovi sempre il modo! D’altra parte un po’ mi spiace considerare che il mio operato venne giudicato tutto su quell’evento.

 

Hai delle valutazioni personali sul tuo anno? Come ti sei comportato con i soci? Io sono dell’opinione che le persone vadano ascoltate, dev’esserci un’apertura verso l’esterno.

Un anno vola, o lo prepari prima, oppure non riesci a fare niente. Ho avuto non solo una Multi da organizzare, ma anche il terremoto da affrontare, lo vivemmo come un anno sui generis. Le persone vanno sapute ascoltate e dal punto migliore possibile: io ho sempre cercato di mettermi in mezzo ai soci.

Stai coordinando dei ragazzi, a te sta selezionarli e prepararli per poter fare, altrimenti sarà come andare a cavallo: le briglie le potrai tirare quanto vorrai, ma il cavallo ti sentirà e l’unica possibilità è quella di essere in sintonia; è una cosa da tenere presente. Quello che stai facendo tu è molto importante, perché riprendi la storia passata e stai riscoprendo da dove veniamo.

 

Come hai vissuto il terremoto de L’Aquila da abruzzese e VicePD?

Il giorno del terremoto io ero a Sulmona, dopo aver sentito la scossa, andai a L’Aquila per capire cosa fosse successo. Tralascio di raccontare ciò che vidi.

Subito fu evidente la necessità di materiali e pensai immediatamente che i Lions potevano essere i migliori canali, una quantità enorme di contatti: nel giardino di casa mia venne allestito un punto di raccolta di materiali, mi misi in ascolto per le necessità del territorio. Il mio strumento fu l’impostatazione di un TOD per cui avremmo potuto essere subito attivi per fornire materiale, quello che desideravo era una struttura che sfruttasse la capillarità della nostra presenza sul territorio. Questa impostazione non venne capita, ma fu molto più funzionale rispetto ad altre grandi cattedrali nel Deserto.

 

Mi spiace non averti incontrato prima, perché con il sisma di quest’anno [24 agosto e 26 ottobre 2016, coinvolgendo Amtrice, Arquata del Tronto e altre parti delle Marche] penso che non siamo riusciti ad affrontare la situazione in maniera così concreta.

Magda, una nostra storica socia di Camerino, lei era lì con la Croce Rossa; e bisognava capire che le sue informazioni erano importanti: perché il potere  di azione non è nei soldi, è nelle informazioni e noi siamo capillari nel territorio, quindi disponiamo di un numero sconfinato di informazioni.

 

Ma come ci si comporta quando le persone con cui dovremmo lavorare non sono d’accordo con noi?

Molto semplice la formula: abbi in testa l’obiettivo, persegui il risultato, non farti scrupoli a mandare a quel paese le persone, anzi, fallo!

Vedrai che poi alcuni che torneranno, mentre tanti altri staranno lontani, con la vita di una lucciola.

A volte bisogna essere impopolari per raggiungere il risultato; ma se devi fare una cosa, falla! Perché è importante quello che stai facendo, è importante che nella società le persone si avvicinino a noi finalmente. Puoi davvero cambiare il mondo, lo cambi il mondo se guardi solo all’obiettivo.

Divertiti ogni giorno, incazzati, urla (per urlare usa il diaframma!); chiedi consiglio a chi ci è già passato, chiama chiunque, non pensare mai di rompere le scatole. Gira, viaggia, valigia in macchina.

Il risultato di tutto questo? Decine e decine di incontri, in cui sono stato deluso da alcuni su cui contavo, ma la mia stima e il mio affetto non sono cambiati… le facce me le ricordo tutte, i nomi un po’ meno. Uno degli anni più belli della mia vita.

 

Spiegami il tuo motto.

Io di motti ne avevo tanti, ma avevo scelto ‘Immota manet’ che era nello stemma de L’Aquila, in segno di omaggio. Oggi ne sceglierei un altro: ‘la Tradizione è la soluzione per le cause che abbiamo dimenticato’.

 

A questo punto invertiamo i ruoli, vorrei che fossi tu a fare una domanda a me.

Una sola? Le domanda sarebbero veramente tante. Cosa consiglieresti di fare o provare ad una persona che si avvicina al mondo Leo, una persona a cui tieni particolarmente?

Nelle scuole mi piace dire che i Leo sono un modo per trasformare la teoria in pratica, trasformare la dimensione intellettuale in una dimensione operativa. Ma d’altra parte io vedo i Leo come un mondo bellissimo, ma che non è perfettamente sovrapponibile al mondo reale. In un Club ci si può prendere la libertà di sperimentare… se sei una persona critica, per un giorno prova a non essere critico, se sei timido inizia a parlare con i tuoi soci. Nei Leo ho fatto i peggiori litigi, dove mi sono sentito molto male alle volte, ma altre sono andato avanti rapidamente pensando che tutto sommato è un mondo costruito.

È molto più reale di quanto tu possa immaginare. Cerca di rifarti alla fine di questa esperienza la stessa domanda, a me interesserà il cambiamento. D’altronde pensa a me: non avevo mai pensato di bere un Campari prima!

 

 

Alfredo Bruno