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Il giorno della partenza
Tornare a casa da Milano mi ha fatto realizzare che era tutto vero: sarei partita.
Finire di preparare la valigia e pensare alla settimana che stava per cominciare mi ha fatto paura, ero spaventata, non mi sentivo pronta né all’altezza.
Stavo per salire su un treno da cui sarebbe partito un viaggio tanto meraviglioso quanto complicato; per fortuna non ero sola e la compagnia di Francesco e Martina mi ha aiutata a distrarmi un po’.
Abbiamo parlato ininterrottamente per tutte e quattro le ore di viaggio: è stato piacevole condividere più o meno le stesse emozioni, ma soprattutto è stato, almeno per me, il modo più giusto per cominciare.
Prima di partire per un viaggio come questo l’ignoto ti fa paura, ma l’incertezza del luogo dove andrai e delle persone che incontrerai ti spaventa ancora di più.
Arrivati a Roma abbiamo incontrato gli altri tre Leo che sarebbero partiti con noi: Alfredo, Enrico e Pierluigi. Sul treno che portava da Termini a Fiumicino, Alfredo ha smistato tra le nostre valigie il materiale che dovevamo donare al Villaggio della Solidarietà di Wolisso. Vedendo quante cose sono state date ad ognuno di noi non avrei mai immaginato tutto quello che avevano raccolto i Lions.
Arrivati in aeroporto, ognuno con un bagaglio a mano e uno da stiva, abbiamo capito il motivo per cui ci avevano detto di non portare troppe cose: siamo stati accolti da una montagna di valigie da portare a Wolisso, tutte piene di vestiti, medicine, palloni, libri e materiali da lasciare lì. Non ci potevo credere, erano all’incirca una quarantina di valigie piene dell’umanità e dell’amore di chi aveva donato e raccolto tutto il materiale da regalare.
Prima del check-in avevamo tutti un carrello con tre valigie da imbarcare!

Smistare e imbarcare i bagagli ci ha fatto perdere molto tempo e a mezz’ora dall’imbarco abbiamo finalmente passato i controlli.
Una volta raggiunto il nostro Gate abbiamo avuto giusto il tempo di mangiare un panino al volo, comprare l’acqua e poi siamo saliti in aereo.
Si sentiva l’emozione di ognuno: per molti era la prima volta a Wolisso, anzi, questo viaggio è stato nuovo per tutti, era completamente diverso dai precedenti, soprattutto per via della presenza dei Leo.
Ci siamo seduti ai nostri posti e alle 23.00 siamo partiti!
Essendo notte, tutti speravamo di riuscire a dormire, ma un po’ la paura, un po’ l’emozione e un po’ la voglia di arrivare hanno tenuto molti di noi svegli per tutte le sei ore di volo.
Sul proprio schermo qualcuno guardava un film, qualcuno si creava una playlist e qualcuno aveva la rotta aggiornata in diretta.
Siamo tutti diversi, ma in situazioni come questa diventiamo molto simili.
Il viaggio e l’atterraggio hanno creato problemi ad alcuni di noi, non abbiamo retto il mix di emozioni e cibo servito a bordo.
Scesi dall’aereo, stanchi e un po’ malconci siamo andati a fare il visto.
C’era una lunga coda che, unita alla tanta burocrazia, ci ha fatti uscire dopo più di quaranta minuti con un timbro in più sul passaporto.
Arrivati al ritiro bagagli, chi più in fretta e chi meno, abbiamo ripreso le nostre valigie e abbiamo raggiunto la guida che ci aspettava vicino all’autobus che ci avrebbe accompagnati prima ad Addis Abeba e poi a Wolisso.

Il primo giorno in Etiopia
La prima cosa che ci ha stupiti, ancora prima di salire sull’autobus, è stato il modo in cui i ragazzi hanno caricato sul bus i nostri bagagli.
Noi ci lamentavamo del peso dei bagagli e li abbiamo sollevati due volte e trasportati con i carrelli, loro, invece, hanno creato una catena di montaggio in cui un ragazzo dalla strada alzava la valigia passandola ad un altro che era in bilico sulla scaletta esterna dell’autobus, il quale a sua volta passava tutto ad un terzo ragazzo che sistemava le valigie sul tetto.
Li abbiamo osservati a lungo finché tutti i bagagli non sono stati caricati sul tetto o all’interno dell’autobus.
Sistemato il tutto, non da noi che guardavamo e ci limitavamo ad indicare dove mettere i bagagli, siamo partiti in direzione Addis Abeba.
Guardando i primi palazzi che ci siamo trovati intorno credevo si trattasse di un quartiere abbastanza povero, vista la presenza di palazzi in rovina o incompleti ma, prima ancora che riuscissimo a concludere un simile pensiero, la guida ci ha detto che si trattava di un quartiere mediamente ricco.
Dopo aver sentito quelle parole non sapevo più cosa aspettarmi dai quartieri poveri, quelli che mi sembravano palazzi tenuti male erano le abitazioni dei ricchi…
Ci siamo fermati quasi subito a fare colazione in un bar e quasi tutti abbiamo ordinato caffè nella speranza di svegliarci e tirarci un po’ su.
Era un bar italiano dove abbiamo trovato dolci per fare una colazione completa che ci desse la carica per affrontare la giornata, anche se quasi nessuno ha mangiato qualcosa bevendo il caffè.
Finita la colazione siamo saliti in autobus e siamo andati a vedere un museo all’interno dell’università.
I primi bambini che ci hanno visti al museo si sono subito distratti da quello che diceva la loro guida e hanno cominciato a sorriderci e salutarci.
In realtà anche durante il tragitto in autobus le persone che ci vedevano dalla strada ci salutavano,
sembravano tutti molto contenti di vederci, ovviamente in veste di turisti e sinceramente facevo fatica a capire il perché, ma non appena abbiamo chiesto a quanti Birr corrispondesse un euro ho intuito: un euro corrisponde a 36 Birr e questo mi ha veramente stupita, quello che per noi è pochissimo per loro vale molto di più.
Il museo è stato molto interessante, la guida ci ha spiegato come si fa il caffè in Etiopia partendo dalla tostatura dei chicchi fino ad arrivare alla loro infusione nell’acqua bollente; in Etiopia esiste una vera e propria cerimonia del caffè che si fa dopo pranzo invitando degli ospiti e offrendogli dei pop corn come cibo per accompagnare la bevanda.
Un’altra cosa molto interessante è stato vedere gli strumenti musicali e sapere che alcuni sono ancora oggi utilizzati durante le cerimonie religiose.
All’esterno del museo si trova una scala con quattordici gradini con un leone sull’ultimo gradino.
Quattordici non è un numero casuale ma è il numero degli anni in cui i fascisti hanno occupato l’Etiopia e il leone sulla cima simboleggia la vittoria degli Etiopi e la liberazione del paese.
Siamo risaliti sull’autobus e siamo andati a pranzo in un ristorante in cui abbiamo assaggiato cibo locale, accorgendoci subito delle molte spezie utilizzate. A me piace molto scoprire nuove culture e una parte fondamentale di una cultura, a mio parere, è il cibo.
Del secondo museo che abbiamo visitato ricordo la disperata ricerca di una sedia e la necessità di un po’ di riposo. Erano circa trenta ore che ero sveglia e non ce la facevo proprio più.
Finalmente abbiamo ripreso l’autobus diretti a Wolisso.
Per le prime due ore di viaggio ho dormito e non mi sono guardata intorno ma, quando mi sono svegliata e ho osservato fuori dal finestrino ho capito il vero significato della parola “povertà”.
Se le impalcature di legno di Addis Abeba non mi sembravano sicure per chi lavorava, vedere che nei villaggi limitrofi le persone vivevano in capanne fatte di legno e fango con il tetto di paglia mi è sembrato disumano.
Veramente colpita e un po’ scioccata, ho pensato che avrei dovuto cambiare atteggiamento nei confronti di questo viaggio perché ero partita con un’idea di povertà completamente diversa da tutto quello che ho visto con i miei occhi.
Credo che una cosa simile si possa capire a fondo solo vivendola perché sentendola raccontare e anche guardando le foto non ci si vuole convincere al 100% delle condizioni in cui di vive in questi paesi.
Arrivati alla scuola di Wolisso che ci avrebbe ospitati, abbiamo capito che quello era un luogo paradisiaco per i bambini che la frequentano.
Siamo stati accolti da alcuni di loro che cantavano e che erano più emozionati di noi nel vederci: è stato un incontro che ci ha scaldato i cuori e mi ha fatto capire l’importanza delle piccole cose.
Dopo esserci sistemati nelle stanze abbiamo cenato e poi abbiamo iniziato a giocare a carte, chi a burraco e chi a tressette, Leo e Lions insieme, gli uni contro gli altri per giocare e condividere momenti felici e spensierati.
Finite le partite a carte siamo andati tutti a dormire per riposarci e ricaricarci, per farci trovare pronti ad affrontare la giornata successiva.

Maria Cristina Speciale

 

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YOU FOR WOLISSO – TEMA OPERATIVO DISTRETTUALE
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MI CI GIOCO LA PELLE!