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UN MARTEDÌ D’AMORE

Il martedì ci siamo svegliati tutti con un altro spirito, tutti pronti ad aiutare e a divertirci.

Siamo andati subito all’asilo, alle 8.30 eravamo già lì per assistere all’alzabandiera dei più piccoli, era veramente una cosa a cui non potevamo credere, erano tutti in fila, tutti in ordine, tutti a pregare e cantare l’inno insieme, dai più piccoli di tre anni ai più grandi di sei, uno spettacolo per gli occhi, una cosa che in Italia sembra impossibile, duecento bambini ognuno al suo posto. Un’immagine che non dimenticherò facilmente.

Dopo l’alzabandiera i bambini hanno creato dei grandi cerchi divisi per classe, ogni classe in media contiene dai 38 ai 40 bambini, e si sono messi a giocare con le maestre.

Noi, anche se non capivamo le parole delle canzoni ci siamo divisi e uniti a loro, ognuno in un cerchio, ognuno con una classe diversa e abbiamo iniziato a giocare con loro. Era bellissimo vederli ridere solo perché eravamo impacciati nel giocare o nel copiarli, facevano a gara per chi ci stava vicino e per chi ci teneva la mano come al solito ormai ci stavamo quasi abituando. C’era chi ti tirava la maglia da dietro, chi si metteva da un lato o dall’altro, ci tenevano per mano almeno tre o quattro bambini per lato aggrappandosi a qualunque cosa ci appartenesse solo per starci più vicini.

In questo caso erano le maestre ad organizzare i giochi ma noi ci siamo sentiti bene!

Sarebbe stato difficile per noi animare la mattinata di tutti quei bambini da soli senza l’aiuto delle maestre, non parlavamo la stessa lingua ma in un modo o nell’altro siamo comunque riusciti ad entrare in contatto con i bambini e giocare con loro senza dover parlare.

Il limite della lingua non era un ostacolo insormontabile, magari loro non capivano o noi non capivamo cosa diceva l’altro ma riuscivamo a ridere e giocare insieme senza problemi. Il sorriso e gli abbracci abbattono i muri della diversità e del linguaggio.

In sole due ore in cui abbiamo giocato con i bambini abbiamo capito che basta così poco e che la diversità in questi casi unisce più che separare.

Mi sentivo come all’interno di un uragano di emozioni che non provavo da tantissimo tempo, o forse non le avevo mai provate tutte nello stesso momento. Ero passata dall’ambiente freddo e distaccato dell’università, circondata dalla frenesia di Milano, ad un luogo di sorrisi e gratitudine che rendeva difficile anche solo capire cosa mi stesse accadendo.

Dopo essere stati all’asilo siamo tornati alla foresteria ed abbiamo parlato tutti insieme della sera precedente, ci siamo confrontati e chiariti, possiamo dire di aver affrontato, anche tra noi, esperienze in una settimana che solitamente si affrontano in molto più tempo però è anche questo il bello della nostra esperienza.

Dopo esserci chiariti siamo andati al wi fi, io stavo aspettando una mail con cui mi sarebbe stato comunicato se da quel momento avrei fatto parte oppure no di una associazione dell’università. Ed eccola lì, la mail era arrivata, la apro con un po’ di paura e… no, non mi hanno presa, mi dispiace ma non per l’associazione mi dispiace perché a quanto pare non sono riuscita a far capire a chi mi ha fatto il colloquio le mie potenzialità, non hanno visto in me qualità che pensavo di aver mostrato. A quel punto mi sono chiesta come mai nei Leo mi fossi sentita sempre capita e a volte, gli altri mi chiedessero di fare cose che mi piacevano anche senza che io avessi detto loro che mi piacevano, c’era chi solo tramite miei messaggi capiva di me molto più di alcune persone con cui sto a contatto tutti i giorni.

L’associazione è passata in secondo piano perché faccio già parte di un qualcosa che è molto di più di un’associazione, che va oltre il singolo club. I Leo sono stati una grande scoperta per me e di me perché ogni giorno da quando sono entrata nel club cresco e capisco cose nuove su me stessa.

Un po’ la stanchezza e un po’ la febbre mi hanno fatto passare il martedì pomeriggio in disparte, ho pensato molto alle mie caratteristiche visibili e nascoste e ho terminato la giornata con le consuete chiacchiere con Martina che mi tiravano su ogni sera di più e arricchivano il viaggio più di quanto potessi immaginare.

È già mercoledì

Quando mi sono svegliata il mercoledì ho realizzato che sarebbe stato l’ultimo giorno nella scuola, l’ultimo giorno con quei bambini che mi avevano dato e insegnato così tanto in soli tre giorni da rendere difficile l’idea di andarmene.

Dopo la colazione, con la consapevolezza che sarebbe stata l’ultima mattina, armati di un sorriso smagliante e scaldate le nostre “ugole d’oro” siamo andati all’asilo pronti per cantare e giocare insieme ai bambini.

Francesco ha iniziato a suonare l’ukulele e Alfredo si è messo a ballare, i bambini hanno iniziato a correre verso di noi e così è iniziata l’ultima mattinata insieme.

A suon di ukulele e canzoni improvvisate, noi urlavamo a squarciagola e i bambini ridevano e ballavano, era difficile tenere alta la loro attenzione perché, ovviamente, cantavamo in Italiano. Ma ci hanno sorpreso imitando i suoni delle canzoni che si ripetevano, abbiamo ballato un po’ insieme a loro e ci siamo divertiti. È stata la mattinata passata più velocemente di tutte, non mi sono accorta di essere stata con loro così tanto tempo, ma ad un certo punto era giunto il momento di andare via… salutarli… è stato difficile, è stato difficilissimo, avevo il cuore come stretto in una morsa, non volevo lasciarli, volevo continuare a passare le mie mattinate con loro che di sorrisi e amore ne donano più di chiunque altro con cui stiamo a contatto ogni giorno.

Siamo andati via dall’asilo e siamo andati al mercato, o almeno, saremmo dovuti andare al mercato, ma una volta scesi dalla macchina lì davanti, siamo stati circondati da persone che volevano dei soldi, la povertà in quei paesi è una cosa spaventosa, inimmaginabile per chi vive da questa parte del mondo. Fatto sta che ci siamo spaventati, eravamo da soli e appena abbiamo riconosciuto la macchina di una signora che lavorava nella scuola siamo saliti e ci siamo fatti accompagnare nel posto dove ci aspettavano i Lions. Lì ci siamo rilassati, abbiamo bevuto un succo di frutta e poi siamo tornati alla scuola perché ci aspettava il pranzo con i maestri, ci volevano salutare e ringraziare per quello che avevamo fatto in quei giorni anche se avremmo dovuto ringraziarli noi per tutto quello che ci hanno lasciato loro e i bambini.

Terminato il pranzo abbiamo iniziato a giocare a palla tra di noi perché i bambini ancora una volta non si erano fermati dopo scuola.

Abbiamo giocato a schiaccia sette e a pallavolo tra di noi, ci siamo divertiti e un po’ sfogati prima di cena.

Dopo aver mangiato siamo tornati fuori e si sono messi a giocare con noi anche il guardiano e le due suore più giovani, è stato bello condividere con loro quella serata, un momento di risate a causa della nostra scarsa bravura. Ci siamo divertiti tantissimo soprattutto perché la palla finiva ovunque tranne che davanti ad una persona. Abbiamo spedito una palla sul tetto, c’era chi la buttava completamente dalla parte opposta rispetto a tutti gli altri giocatori, c’era chi, io, invece di fare un “bagher” faceva cadere la palla in mezzo alle braccia, insomma ognuno aveva un talento nascosto da voler mostrare agli altri ma sicuramente nessuno aveva il talento per la pallavolo.

Era arrivata la penultima serata, la penultima serata di chiacchiere in camera… non credevo di potermi legare ad una persona così tanto come mi è successo con Martina in una settimana ma forse la condivisione di certi momenti supera qualunque cosa e lega due persone in un modo diverso rispetto a ciò che si crea in condizioni di normalità. Ci siamo conosciute in una settimana che è completamente l’opposto rispetto alla nostra normalità ed è stato bellissimo averla al mio fianco e condividere con lei i momenti e le chiacchiere, perché in fondo, siamo molto diverse ma molto simili!

Maria Cristina Speciale

 

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