UN GIOVEDÌ DI RIFLESSIONI

Il giovedì non ci siamo svegliati con la voglia di cominciare la giornata come al solito, sapevamo che non saremmo stati nella scuola con i bambini, ma saremmo andati a vedere un altro villaggio e la scuola di un’altra missione delle suore che ci ospitavano.
Eravamo contenti di vedere altre realtà, ma ci eravamo affezionati ai sorrisi e alla gioia dei bambini così tanto che non volevamo fare altro che non fosse stare con loro.

Siamo saliti in macchina e abbiamo attraversato strade circondate da distese di terra con alcune capanne qua e là, il pensiero che le persone ci vivono sul serio, che chiamano quelle cose “casa” è bruttissimo, noi siamo abituati ad avere stanze diverse per qualunque cosa, una per dormire, dove ovviamente vogliamo stare da soli, una per cucinare, una per mangiare, una per rilassarci e invece loro… loro hanno solo una stanza! Una stanza per dormire, cucinare, mangiare, stare insieme, una stanza è la loro casa… una misera stanza senza acqua corrente, senza luce… senza niente, c’è solo il minimo indispensabile per vivere o, meglio, per sopravvivere perchè quella non è vita.

Siamo arrivati in un villaggio dove non c’è acqua potabile, per arrivare all’acqua devono camminare per più di 6 km, riempire le taniche, caricarle sugli asini e tornare indietro… penso di aver visto una delle popolazioni più povere al mondo e anche avendo visto tutto questo con i miei occhi stento a crederlo. Penso che se non avessi toccato con mano questa realtà non avrei mai creduto che ci sono persone che vivono così.
Ci hanno parlato e ci hanno spiegato quanto sia difficile per loro vivere e quanto abbiano bisogno di una mano, anche solo per scavare un pozzo e cercare l’acqua… una cosa così normale per me, avere l’acqua, per loro è un sogno. Ma dopo la questione dell’acqua la cosa che mi ha sconvolto di più è stato il racconto del modo in cui le donne partoriscono in quel villaggio. Quando la donna entra in travaglio si dirige da sola nel bosco e deve partorire senza nessun aiuto. Potrebbe sembrare semplice, ma se si riflette su quante complicazioni possono  accadere durante il parto tale “prova di forza” sembra davvero disumana. La donna deve farcela solo con le proporre forze… non riesco a ripensare a quel racconto senza avere i brividi.

Dopo il racconto abbiamo guardato le loro capanne, abbiamo provato ad immaginare come vivono e poi siamo risaliti in macchina. Durante la strada abbiamo visto bambini che camminavano per chilometri e chilometri solo per raggiungere la scuola, l’istruzione per loro vuol dire poter vivere senza dover portare gli animali al pascolo, in alcuni casi vuol dire libertà.

A pranzo siamo stati ospitati a casa del vescovo, abbiamo visto la cattedrale è siamo subito ripartiti per poter vedere l’altra missione prima che diventasse buio.
Siamo arrivati e ci hanno mostrato prima la scuola e poi il piccolo ospedale dove c’è un reparto di ginecologia. Prima di arrivare immaginavo di trovare una situazione come quella della scuola dove eravamo ospitati ma mi sbagliavo, ogni volta che ci allontanavamo da Wolisso mi convincevo sempre di più del fatto che quella fosse una delle realtà migliori in cui i bambini potessero crescere ed essere istruiti.
Durante il viaggio di ritorno, forse anche un po’ per alleggerire gli animi abbiamo cantato, e abbiamo constatato che, come per la pallavolo, non abbiamo il talento per il canto! Ma ci siamo divertiti tantissimo a discapito delle povere orecchie di suor Maria che guidava.

Tornati alla scuola era quasi ora di cena, era quasi ora della nostra ultima cena lì, la nostra settimana era passata, era volata e dopo poche ore tutte le emozioni e tutte le giornate vissute sarebbero diventati solo ricordi, ricordi che ognuno di noi porterà sempre con se, ma ricordi…
Dopo cena abbiamo giocato a carte e poi siamo andati in camera, stava veramente finendo tutto… stavamo per uscire da quell’uragano di emozioni che ci intrappolava e ci faceva provare qualcosa di così forte che non si poteva capire se non allontanandoci un po’.
Dopo aver rifatto le valigie e aver parlato come solito non meno di un’ora io e Martina siamo andate a dormire tristi perché tutto stava finendo ma felici perché avevamo condiviso questa esperienza insieme.

VENERDÌ IN VIAGGIO

Ed eccoci qua arrivati all’ultima colazione, gli ultimi saluti prima di partire. Era festa nazionale in Etiopia quel giorno e le scuole erano chiuse quindi abbiamo salutato i pochi bambini che c’erano, abbiamo salutato le “sisters” e siamo saliti in pullman per partire.

Abbiamo viaggiato fino ad Addis Abeba e ci siamo fermati in un negozietto a comprare qualche souvenir, ci siamo sbizzarriti, ognuno voleva trovare i regali perfetti, bisognava portare dei ricordini non solo per noi a soprattutto per chi ci sta a cuore per fargli avere un pezzettino della nostra esperienza. Quando scegli un souvenir, oltre a tener conto dei gusti della persona, scegli qualcosa che ricordi una parte del tuo viaggio, per questo si scelgono sempre con così tanta attenzione, ogni singolo regalo deve avere un significato ben preciso per chi lo regala ma anche per chi lo riceve.

Dopo il primo “mercato” era già ora di pranzo e ci siamo diretti verso il ristorante.

Appena arrivati ci siamo seduti intorno a dei tavoli piccolissimi con molte sedie intorno ma non capivamo come potessero entrare abbastanza piatti per ognuno di noi ma poi… dopo aver ordinato e atteso abbiamo capito che… non sarebbe arrivato un piatto ad ognuno ma un solo piatto per tutti da condividere, e non vedendo le posate abbiamo chiesto delle forchette almeno per non mangiare con le mani.

È stato un pranzo interessante, bello vedere come mangiano loro e sicuramente molto strano da pensare.

Durante il pranzo abbiamo conosciuto un ragazzo etiope a cui vengono dati dei soldi da alcuni Lions per potersi pagare gli studi. È veramente bravo all’università e molto riconoscente verso le persone che gli stanno dando questa possibilità. La riconoscenza e la gratitudine sono due cose che non mi dimenticherò mai dell’Etiopia, lì ti ringraziano per tutto quello che fai per loro anche per la minima cosa e apprezzano il fatto che magari tu per aiutarli stai togliendo tempo o risorse a te stesso.

Dopo il pranzo è continuato lo “shopping” per comprare souvenir e alla fine della giornata avevamo regali per un sacco di gente e magari anche più regali per le stesse persone perché in un negozio qualcosa ti faceva pensare ad una persona ma cambiando negozio vedevi un’altra cosa che ti faceva pensare di nuovo a lei o a lui e compravi qualcos’altro.

A cena siamo stati in un ristorante dove c’erano dei ballerini molto bravi, i loro balli sembravano liberatori, era come se ballando si potessero dimenticare di tutti i problemi, ti facevano venire voglia di ballare per essere semplicemente felice e sentirti più leggero senza dover pensare ad altro.

Finita la cena siamo risaliti sull’autobus e siamo andati in aeroporto.

Abbiamo fatto il check-in, abbiamo imbarcato i bagagli e passato i controlli poi abbiamo aspettato l’imbarco al gate.

È stata una giornata con molte emozioni contrastanti, eravamo tristi per quello che stavamo lasciando dietro di noi ma allo stesso tempo eravamo felici di tornare a casa e alla normalità.

Prima di salire pensavamo che il viaggio di ritorno sarebbe stato agitato come quello dell’andata ma non è stato così. Eravamo tutti molto più tranquilli e abbiamo dormito molto di più o comunque eravamo più rilassati rispetto al viaggio della settimana precedente.

Avevamo le valigie più vuote in termini di cose materiali ma molto più piene quanto ad emozioni e ricordi, avevamo sicuramente un sorriso diverso in viso e una magnifica esperienza da raccontare.

All’atterraggio ho capito che era veramente tutto finito… era finita la settimana più emozionante, intensa e difficile della mia vita… o almeno pensavo che fosse finita ma forse quella più che la fine di qualcosa era l’inizio di un qualcosa di molto più grande. Ancora devo capire bene di cosa sia stato l’inizio ma sono certa di essere partita in un modo ed essere tornata diversa sotto alcuni aspetti e questa è la cosa importante in un viaggio perché non bisogna mai tornare nello stesso modo in cui si è partiti e sicuramente per me è stato così.

Maria Cristina Speciale

 

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